Riccardo de Antonis e le sue foto al MAXXI

17/12/2014

In occasione di Belissima. L’Italia dell’alta moda 1945-1968, la mostra organizzata al MAXXI fino al 3 Maggio 2015 a Roma, vi portiamo alla scoperta del mondo dell’elitè romana di metà Novecento, grazie al racconto di uno dei protagonisti, che seppure indirettamente, hanno conosciuto i fasti di questo mitico periodo, celebrato da tutti come la Dolce Vita.

Figlio d’Arte di Pasquale de Antonis, in mostra assieme a Ugo Mulas e Federico Garolla in questi giorni al MAXXI, fotografo professionista, Docente presso l’istituto Quasar, Artista, nonché direttore artistico della sezione creativa presso la Comunicando Leader,  startup multimediale, che si occupa della promozione del territorio attraverso progetti per i comuni, Riccardo De Antonis, è il protagonista di questa nostra intervista. Attraverso le sue parole, conosceremo suo padre, la Roma di Visconti e Irene Brin, il ruolo che una didattica dell’immagine può avere nella formazione delle generazioni di domani. Un viaggio a 360°, che speriamo possa appassionarvi e forse regalarvi qualche sorriso.

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In questi giorni si sta tenendo a Roma la mostra: “Bellissima. L’Italia dell’alta moda 1945 – 1968”. Tra gli artisti in mostra anche suo padre, che visse quegli anni di grande fermento culturale. Che ricordo aveva suo padre di quel periodo? Cosa le raccontava dei tanti personaggi che hanno segnato con il loro lavoro, la cultura italiana di quegli anni, Visconti, Gassman, Zeffirelli etc…?

Ho lavorato quasi trent’anni a fianco di mio padre e i ricordi sulla vita culturale degli anni trenta, quaranta e poi cinquanta fino al mio contemporaneo erano infiniti. Pasquale amava parlare della sua amicizia con Ennio Flaiano per i tempi del suo lavoro in Abruzzo, tanto che Flaiano scrisse una novella “Le Fotografie” raccontando a sua volta le avventure con Pasquale, poi lo straordinario rapporto con Irene Brinn per le fotografie di  moda ma anche per le due mostre di fotografia astratta che fece nella Galleria dell’Obelisco diretta appunto dalla Brinn e da suo marito Gaspero del Corso, mostre che furono presentate nei due cataloghi relativi nel 1951 da Corrado Cagli e nel 1957 da Leonardo Sinisgalli, questo può farvi capire la continua frequentazione che avveniva nel nostro studio a piazza di Spagna con artisti come Capogrossi, Afro, Leoncillo, Calder per le arti visive ma poi Pratolini, Alvaro, Bontempelli, per la letteratura o Petrassi , Aprea per la musica,Visconti , Zeffirelli, Squarzina per lo spettacolo. E questi sono solo alcuni. Un mondo incantato fatto di cultura di cui esistono dei meravigliosi ritratti che mio padre amava fare a tutti i suoi amici e che ricostruiscono uno straordinario spaccato di quegli anni.

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Quando ha capito che avrebbe intrapreso la stesso percorso professionale/artistico di suo padre? Come era lavorare con lui?

R.A: Dopo aver frequentato negli anni Settanta La Sapienza, studiando storia dell’arte, capii che la fotografia era anche per me l’interesse principale, ma non fu facile perché essere figli di “Pasqualino” come lo chiamavano i suoi amici, mi metteva sempre in competizione con un lavoro veramente eccellente, ed allora ho accettato la sfida ripercorrendo in forme diverse alcuni temi dell’attività di mio padre come l’etnofotografia e il teatro, ma poi seguendo strade diverse mi ritrovai a fare reportage negli anni settanta in Afganistan, in tutto il Magreb ed in Nepal fino ad oggi con la ricerca sul paesaggio che sto conducendo all’interno del progetto di Italia virtual tour con tecniche digitali.

Suo padre, così lei, appartenete al mondo dell’analogico, caratterizzato da una fisicità ed una durata del processo creativo (dall’elaborazione alla realizzazione, sino allo sviluppo della foto)  che oggi, con l’arrivo del digitale, si sta perdendo, o quantomeno sta cambiando. Come le nuove tecnologie hanno cambiato la fotografia, ma soprattutto il fotografo di oggi, rispetto al passato?

R.A: Si certamente il passaggio dalla “fotographie argentique” al digitale è stata una rivoluzione che naturalmente ha portato lati positivi e negativi, a parte la nostalgia per i processi chimici, per i lunghi tempi di esecuzione di un’immagine, il buio delle sale di sviluppo e la luce delle sale di ripresa, potrei citare mille esempi di un mondo che mi è cambiato sotto gli occhi, ma ho saputo cogliere la novità e mantenendo la passione per quello che era” la fotografia antica”, alla quale tra gli ultimi posso dire di aver partecipato, oggi mi esprimo benissimo con il digitale e sono convinto che sia una tecnica in grande sviluppo, che ci offre tecniche straordinarie che si aggiornano di continuo spingendo la nostra creatività a nuovi traguardi.

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Lei, tra le tante cose, è anche docente presso l’Istituto Quasar. Che ruolo ha la didattica dell’immagine, nel  percorso formativo di  un ragazzo che si iscrive al suo corso, (ma anche ad altri Istituti dello stesso genere) e/o intraprende questa strada?

R.A: Insegno alla Quasar University da circa venti anni e credo che un training di lavoro sia per il concept che per le tecniche realizzative di un’immagine sia fondamentale per la crescita di un professionista, ma anche di un’artista. Certo il docente deve saper coinvolgere e deve sapersi coinvolgere sperimentando con i ragazzi nuove cose, specialmente partendo dalla loro creatività e mettendo a disposizione il proprio bagaglio culturale faccio un’esempio, io amo dire alle mie allieve ed allievi di portarmi un progetto fotografico, di disegnarlo anche e poi io li aiuterò a realizzarlo, infine con una punta di orgoglio aggiungo, “mettetici qualsiasi cosa”, al novanta per cento dovrei riuscire a farvelo realizzare. Questo crea sicurezza e voglia di lavorare.

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Che consigli ha da dare a tutti qui giovani fotografi che vorrebbero fare di quest’arte un lavoro?

R.A: La fotografia ha tanti aspetti dal ritratto al reportage alla moda all’industriale e potrei elencarne tantissimi, in tutti si può essere creativi ed avere successo ma come tutto il mondo del lavoro oggi più che mai è sempre una sfida, quello che conta è lavorare bene ed essere prima di tutto dei professionisti sempre aggiornati sempre pronti a crescere, il riconoscimento del proprio lavoro arriva sempre, ma attenzione alla sfera dell’arte dove non bisogna essere presuntuosi, essere un’artista è una cosa veramente difficile e bisogna passare per tre gradi di giudizio, che devono credere nel tuo lavoro. Uno è la critica d’arte che ti deve giudicare in relazione a ciò che rappresenti nel mondo circostante, secondo è il sistema espositivo delle Gallerie d’arte che devono presentarti perché credono nel tuo lavoro, e terzo, è il collezionismo che rischia comprando le tue opere ma dandoti la possibilità di lavorare, consacra definitivamente il tuo lavoro.

Suo padre era un artista/fotografo intellettuale. Lo dimostrano le numerose amicizie intessute, con grandi personaggi della cultura italiana del tempo, vedi Visconti o la giornalista Irene Brin. Oggi, nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’immagine, della riproduzione istantanea ed esatta della realtà, tutti possono con uno smartphone essere fotografi o cineasti… Forte della sua esperienza famigliare, in che rapporto una formazione concettuale si affianca alla pratica del mestiere del fotografo?

R.A: Il Concept nell’immagine come dicevo è la linfa di ogni creazione, certo che le tecniche di esecuzione possono aiutare o distruggere una bella idea, io starei attento ai mezzi di esecuzione troppo facili, anche se ho visto lavori formidabili fatti con sistemi di facile utilizzo, ma questo anche prima degli android e simili, ricordo i bellissimi ritratti di Andy Warhol fatti in Polaroid per esempio.

Roma è stata il terreno su cui si è evoluta la sua ricerca. Due parole su questa splendida città, dal punto di vista di un fotografo che l’ha vissuta e continua a farlo oggi come ieri.

R.A: Roma è la mia città un vero capolavoro non si smette mai di scoprirla, fotograficamente ha tanti spunti ma anche qui bisogna sapere cosa è stato fatto, come ad esempio se vuoi fotografare dei monumenti non puoi non conoscere il lavoro dei fotografi del gruppo del Caffè Greco, ma stiamo parlando della fine dell’800, quindi si può bene immaginare l’enormità dei lavori con cui ci si dovrà confrontare.

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Documentarista di Feste popolari, come nell’edizione di Feste in “Abruzzo degli anni Trenta” realizzato in occasione della Mostra del Museo Nazionale delle Arie Tradizioni Popolari (Roma, 28 marzo – 29 aprile 1984) ritrattista ineguagliato di personaggi del cinema, della moda, del teatro, Pasquale De Antonis ha espresso nella sua creatività passione per la vita. Cosa ha significato per suo padre vivere l’Abruzzo di quegli anni?

Pasquale nasce in Abruzzo a Teramo ed ha mantenuto un rapporto di affetto con la sua terra a volte tornandoci per dei lavori relativi ai beni culturali ma il suo impegno più grande rimane negli anni trenta quando appunto detta le basi della fotografia antropologica con i sevizi su Rapino, Spoltore ed altre località della sua Regione, ma anche con i ritratti di una borghesia Pescarese che frequentava il suo studio ed infine con una bellissima ricerca fotografica sui temi delle “novelle della Pescara di Gabriele D’Annunzio” da cui nacquero una mostra negli anni trenta ed un’edizione negli anno ottanta.

 

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Negli anni, grazie alla sua collaborazione al progetto IVT, abbiamo realizzato e visitato realtà locali appartenenti a più di 900 comuni italiani, ritratto 8629 ambienti di rilievo storico artistico del paese per un totale di 5822 virtual tour, 62068 fotografie,  senza contare le centinaia di articoli su eventi artistico/culturali che hanno raccontato e raccontano di un paese reale, fatto di persone che amano il proprio territorio…  Tra le tante realtà locali incontrate, dall’Abruzzo alla Puglia, fino al Trentino Alto Adige quale quella rimastale più impressa e perché?

R.A: Come dicevo il lavoro che sto svolgendo con il progetto IVT è straordinario, per le sfide tecnologiche e creative che mi presenta, i viaggi sono stati tanti e altrettanti sono in programma quindi mi rimane difficile poter indicare un luogo, un lavoro di maggior interesse, è tutto entusiasmante, ma voglio rispondere con un episodio, capitatomi in Puglia durante una delle nostre campagne fotografiche con il Presidente Michelfranco Terzulli in una chiesetta, dove ci raggiunse un custode che armato di telefonino ultimo modello, ma con una mise molto umile, ci aprì le porte di una stanza più appartata, dicendoci che quella era l’abitazione dell’eremita. Mi guardai intorno e vidi un misto di immagini sacre, arredi poveri di un’industria minore, trofei sportivi di qualche associazione, una porta chiusa con un meccanismo ligneo di foggia medioevale, fantastico ci dicemmo io ed il Presidente ed allora osammo chiedere da quanto tempo non c’era più l’eremita e il nostro uomo ci guardò perplesso dicendoci ma l’eremita sono io. Ecco, questo è il nostro lavoro una vera meraviglia.

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A suo avviso, che significato assume il progetto IVT, all’interno del contesto delle stratup italiano?

Bene come è immaginabile ritengo che far conoscere il nostro patrimonio sia molto importate, mi auguro che amministrazioni Statali ,regionali e comunali ma non ultime le aziende private capiscano sul web questo grande sforzo e ci aiutino a continuarlo finanziandolo, per agganciarsi al grande investimento che fino ad ora è stato fatto dall’Azienda che produce il progetto IVT per la cultura e per il lavoro in Italia.

Così termina la nostra intervista. Fateci sapere cosa ne pensate, e se avete altre domande non esitate a contattarci!

 

Info mostra

Dal 2 dicembre 2014 al 3 maggio 2015 

a cura di Maria Luisa Frisa, Anna Mattirolo, Stefano Tonchi

presso la Galleria 5 del MAXXI

sito web www.fondazionemaxxi.it

 

 

Manuel Grillo

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