L’allarme di Federculture: l’Italia sta perdendo la sua vocazione artistica e culturale

1/7/2013

La crisi profonda che, nell’ultimo anno, ha raggiunto anche il settore della cultura rischia di indurre l’Italia a rinunciare alla propria vocazione artistica e culturale sulla quale si è fondata l’identità e lo sviluppo della comunità nazionale. 

Il logo di Federculture

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Le famiglie spendono sempre di meno per la cultura ed a risentirne sono anche gli investimenti. Negativi i numeri illustrati da Federculture in occasione della presentazione del Rapporto Annuale 2013.

Un’analisi approfondita delle dinamiche in atto, analisi che denuncia la crisi profonda del settore della cultura. Negativi i dati che emergono dalle statistiche relative al 2012 dove la spesa per la cultura e la ricreazione delle famiglie italiane segna un – 4,4%.

Un dato in controtendenza rispetto al passato tanto che si tratta del primo calo dopo oltre un decennio di crescita costante, tra il 2002 e il 2011 l’incremento era stato del 25,4%. Anche i dati relativi alla fruizione culturale sono negativi in tutti i settori con una netta inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni: -8,2% il teatro, -7,3% il cinema, -8,7% i concerti, – 5,7% musei e mostre. In generale diminuisce dell’11,8% la partecipazione culturale dei cittadini italiani. In un solo anno i musei statali perdono circa il 10% dei visitatori che passano da 40 a 36 milioni, poco più di quelli entrati nei soli musei londinesi.

Diminuiscono i fruitori ed un segno meno si registra anche negli investimenti: solo da parte dei comuni in un anno tagliato l’11% delle risorse mentre le sponsorizzazioni private destinate alla cultura scendono nel 2012 del 9,6%, ma dal 2008 il calo è del 42%.

Numeri che inducono Federculture ad avanzare una serie di richieste al Governo come quella di sostenere i consumi delle famiglie grazie alla detraibilità delle spese per la cultura, promuovere il lavoro giovanile con un piano per l’occupazione culturale, rilanciare la produzione e la gestione cancellando le norme che soffocano l’autonomia e la capacità di programmazione di enti e aziende.

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